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Ciao Bepi

 

 

Ciao Bepi

Giuseppe “Bepi” Bortolussi lo conobbi all’inizio degli anni ’90. Erano gli anni d’oro della comunicazione e, soprattutto, erano gli anni in cui una minuscola associazione di artigiani lanciava uno sparuto gruppo di “studiosi” per analisi e indagini di mercato. Soprattutto, per denunciare iniquità. La Cgia di Mestre, all’epoca, a livello nazionale era il niente: la classica associazione di periferia che riunisce artigiani, prepara le buste paga, fa un po’ di attività sindacale. Tutto questo, a Bortolussi, non bastava. Era segretario dell’associazione e il suo orizzonte non si fermava a Zelarino e Marghera, men che meno a piazza Ferretto, figuriamoci a via Torre Belfredo dove c’era la sede della Cgia. Sì, certo: gli iscritti, gli associati, andavano tutelati. Aiutati e accompagnati. Ma lo scopo della “sua” associazione era andare oltre: denunciare le storture del sistema, spiegare chi eravano i  veri tartassati, dimostrare che le grandi società di capitali erano avvantaggiate rispetto ai piccoli. Riuscì  a fare questo e quello. “Innalzare” i servizi a supporto delle categorie lanciando campagne che tuttora resistono, dal “Chi apre chi chiude” per informare sulle attività artigianali attive in pieno Ferragosto alle specialità artigianali tipo il dolce di San Martino. Ma non si fermò lì. Mise in piedi un Ufficio Studi dove solo i santi riuscirono a resistere per più di qualche anno. Perché Bepi, come tutti gli uomini di carattere, aveva un caratteraccio. Rude. Diretto. Ma franco. Ed esigente. Molto esigente. Una delle prime indagini riguardò appunto le società di capitali e nelle prime foto sui quotidiani nazionali Bepi finì immortalato nel suo ufficio di via Torre Belfredo con alle spalle il mitico pallottoliere. Bisogna dirlo: all’inizio non ci credeva nessuno. Ma lui, testardo, imperterrito, soprattutto convinto, continuò. In vent’anni riuscì in quello che tutti avevano considerato un miraggio: fare della Cgia di Mestre un punto di riferimento nazionale per analisi e denunce economiche, una sorta di “vangelo” da citare ai tg della Rai e di Mediaset, la notizia e l’approfondimento sicuro per i quotidiani del sabato sulla domenica, la certezza - soprattutto - di non essere mai contraddetti. Perché Bepi aveva tanti difetti, ma non quello dell’approssimazione. E la sua Cgia di Mestre, appunto, col tempo sarebbe divenuta una fonte autorevole. Un pungolo per qualsiasi Governo.

L’ultima volta che lo sentii fu lo scorso inverno. Sapevo della malattia. Dall’autunno, quando erano riprese le attività in consiglio regionale del Veneto, Bepi non si era più fatto vedere a Palazzo Ferro Fini. Difficile tacciarlo di assenteismo: non era da lui. Se una attività non gli piaceva, la mollava e basta. Non aveva bisogno di tergiversare o tentennare.  Quando si stufò di fare l’assessore nella seconda giunta comunale di Venezia di Massimo Cacciari, perché capì che non poteva fare quello che voleva fare, se ne andò. Avrebbe fatto l’assessore un mandato intero dal 2005 al 2010 sempre con Cacciari e nel 2010 avrebbe accettato, pentendosene probabilmente, di fare il candidato governatore del Veneto contro Luca Zaia. Un suicidio. Col senno di poi, il miglior risultato possibile: non aveva il partito al fianco, non aveva alcuna gioiosa macchina da guerra a fiancheggiarlo, fatto sta che prese più voti lui cinque anni fa quando a Roma governava il centrodestra di Berlusconi con la Lega che Alessandra Moretti oggi con Matteo Renzi a Palazzo Chigi. 

Un giorno ci farai vedere la tua collezione d’arte - gli dissi al telefono, speranzosa che le notizie arrivate dal suo entourage (sta male, sì, ma si sta riprendendo) ci restituissero il leone che era Bortolussi. Non si era ricandidato alle Regionali 2015. Ma lui c’era. Sempre. Ogni sabato mattina dalla Cgia arrivava la nuova analisi-denuncia. Quella di sabato 4 luglio riguardava il “mattone”, passato da bene rifugio a bene tartassato. “Siamo meno ricchi, ma paghiamo di più”, segnalava nella nota Bortolussi auspicando che la prossima riforma del catasto tenesse conto della situazione e che venisse scongiurata l’ipotesi di un ulteriore aggravio fiscale sugli immobili.

C’è chi ha tenuto il conto: negli ultimi vent’anni Bortolussi è stato protagonista di 1.340 notizie dell’Ansa. “L’importante è non sbagliare”, diceva Bepi,  “Sono tutti lì che mi aspettano al varco con il fucile puntato. Per fortuna finora non ho beccato neppure una smentita”.

Giuseppe Bortolussi è morto il 4 luglio 2015. Il 4 agosto avrebbe compiuto 67 anni. 

 

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